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domenica, 11 settembre 2005

Grazie al titanico lavoro del buon Kekkoz, che non smetteremo mai di ringraziare, adesso il blog è più ordinato e leggibile, grazie anche alla divisione per sezioni.

Per cui direi che siamo ufficialmente in chiusura, all'indomani della consegna dei premi che, chi più chi meno, non ci ha soddisfatto del tutto.

Ringraziamo tutti quelli che hanno letto e commentato, sperando di aver reso un servizio utile, per quanto modesto.

E vi lasciamo con una chicca imperdibile, una bella foto dei vostri beniamini, scattata in quel di Venezia (purtroppo manca Clos, che ci ha raggiunto gli ultimissimi giorni di mostra, quando l'unico di noi che possedeve una macchina fotografica ci aveva già abbandonato).

Postato da: Andrea83 a 17:53 | link | commenti (22) |

Concorso



Pupi AVATI  La seconda notte di nozze Italia 103’

«La miglior opera italiana di questa Mostra. Un bel film di un signor regista che con interpretazioni decisamente buone, affresca l’Italia che usciva con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale, quella dei furbi, delle mine, delle strade sterrate e del sogno del cinematografo, quella che dormiva nei vagoni ferroviari, quella del nord e del sud del Paese. Certo, è simile a tanti altri film di Pupi Avati, ma questo ha personaggi decisamente migliori e un montaggio davvero ispirato».
(claudio)



João BOTELHO O Fatalista Portogallo/Francia 99’

«Il film in concorso del regista portoghese non è altro, e lo si intuisce, che l'adattamento cinematografico del celebre libro di Diderot, ambientato astrattamente in epoca contemporanea. Ma il film, che pur nella prima mezz'ora diverte e incuriosisce, e molto merito è dello straordinario e ironico testo di partenza, perde poi mordente per poi cancellarne ogni presenza nel momento in cui parte il lungo racconto della locandiera. E come se non bastasse ciò a farci sbadigliare, il regista, nel finale, forse resosi conto che non si può trasferire un libro in pellicola senza personalità (anche perché così non dimostri la sua modernità, ma solo la sua bellezza), chiude con un debrayage metacinematografico quasi imbarazzante».
(kekkoz)

«Un manuale su come non adattare un romanzo per il cinema. Verboso, male interpretato, girato orrendamente, e noiosissimo. Botelho si perde nel testo di Diderot, che qui perde tutta la sua verve, annacquata in un filmetto confuso e impacciato. I "racconti nel racconto" non funzionano, la satira sulla distanza tra le classi sociali perde efficacia, i personaggi non vivono, ma recitano semplicemente la loro parte. E il colpo di grazia lo dà il finale, di inenarrabile bruttezza».
(Andrea)



George CLOONEY Good Night, and Good Luck. Usa 90’

«Il film più chiacchierato del lido è innegabilmente un'ottima pellicola. Che Clooney alla regia ci sapesse fare si poteva intuire già dal precedente Confessioni di una mente pericolosa: Good night and good luck non fa che confermarlo. La messa in scena fredda e sottotono sottolinea al meglio la forza dirompente del personaggio principale, quell'Edward Murrow che durante il maccartismo usò la CBS per risvegliare le coscienze degli americani. Fotografato con un ottimo bianco e nero, il film trova il suo principale punto di forza nelle interpretazioni degli attori, tutti molto convincenti e in parte. Menzione d'onore per David Strathairn, che nei panni del protagonista lascia a bocca aperta».
(Andrea)

«Clooney ci ha fatto un sorpresone: il suo primo film ci era piaciuto molto, ma pensavamo che fosse tutto merito di Kaufman. E invece con quest'opera seconda, a suo modo magistrale, dimostra di essere anche un intelligente sceneggiatore oltre che un abile metteur en scene. Fotografia raffinata, musica jazz, niente urla ma un pacato e affascinante ritratto di un modo, forse l'unico, per cambiare le cose. Ecco, forse un po' freddo. E un po' fighetto. E molto accademico. Ma si esce a bocca buona. Tutti splendidi gli attori, chi vi scrive ha adorato, oltre al mostruosamente bravo Strathain, Robert Downey Jr».
(kekkoz)

«Ho dormito in sala. Ma non avevo dormito la notte. La fotografia mi è sembrata molto molto curata. Con questo rinuncio, forse, ai film occidentali».
(MurdaMoviez)



Cristina COMENCINI La bestia nel cuore Italia 112’

«È facile scherzare con il titolo e Cristina Comencini non rifiuta affatto l’ironia. Angela Finocchiaro, e il fortissimo Giuseppe Battiston, hanno il compito di tenere vivo un film che altrimenti tra un pianto e un altro, un’incomprensione e un’altra, un semilitigio e un altro, una tetta e un’altra, un irritante Lo Cascio e un altro, una rottura delle acque e un’altra, si ridurrebbe davvero a poco altro ancora. Altro giro di film italiano, altra delusione. Se l’obiettivo del personaggio della Mezzogiorno è superare le difficoltà nei rapporti con il marito e chiarire i confusi ricordi delle violenze sessuali del padre, si sarebbe dovuto procedere in un climax emozionale progressivo, senza tutte quelle mezze scenette drammatiche da copione infelice. Altrimenti poi sembra davvero che manchi solo Mary dei Gemelli diversi come colonna sonora».
(claudio)



Roberto FAENZA I giorni dell’abbandono Italia 96’

«Peccato perché Roberto Faenza era finora solamente un regista industriale, e non commerciale, con un paio di eccellenti lavori alle spalle. Per Venezia sceglie di strizzare al massimo la Buy nel ruolo dell’isterica (non ci aveva pensato nessuno), non solo tenendola continuamente in scena, ma pure costringendola a dover dimostrare a chi non si sa di essere brava. Lei c’è stata perché effettivamente lo è, con un copione ridicolo, spalleggiata da uno Zingaretti totalmente inespressivo e da un Bregovic che quando filosofeggia ha la stessa credibilità di Manuela Arcuri»
(claudio)



Abel FERRARA Mary Italia/Usa 83’

«Che Abel Ferrara sia ossessionato dalla religione cattolica lo sappiamo tutti più che bene: ma questa volta forse esagera, lanciandosi, invece che in metafore funeree, in un essay che mescola (maluccio) fiction e documento, affascinando per la complessità dei temi affrontati (anche senza la forza tematica di St. John), ma strabordando e urlando: cerca di essere inquieto, risulta solo irritante. Anche se non gli si può negare un coraggio e una personalità unici nel cinema americano contemporaneo, siamo abbastanza stanchi di sentirlo pontificare su Dio, il bene e il male, la salvezza e il perdono. Ma tanto si sa che non la smetterà mai».
(kekkoz)

«La superficie è quella di chi vuole tenersi in equilibrio precario tra il mistico, l’originale e il piedistallo da cui tirarsela davvero fin troppo. Le immagini, in primis quella di un bambino quasi blu elettrico nell’incubatrice, moderna culla di un Cristo con cui nessuno "ha il filo diretto", sono di rara bellezza. Amos Luzzatto, ospite della trasmissione di un improbabile Whitaker alle prese anche con altri ruoli che non gli si addicono un granchè (un marito che mette il lavoro prima della moglie incinta, un padre disposto e disperato nell’invocare Gesù), è affascinante come solo gli ebrei. L’unica cosa chiara è la presa per il culo de La Passione di Gibson».
(claudio)



Aleksey GERMAN JR Garpastum Russia 114’

«Film popolare mescolato abilmente con esigenze festivaliere? Oppure romanzetto storico di nessun interesse travestito da film d'autore? Un po' entrambe le cose: la fine dei sogni schiacciati dall'orrore della guerra (qui il calcio, e la grande guerra) è raccontata in modo retorico e convenzionale, oltre che pesantuccio, mentre formalmente, virato in seppia e ricco di formidabili piani-sequenza, è davvero convincente. Non riuscitissimo, ma più che sufficiente».
(kekkoz)

«La caduta delle illusioni, gli orrori della guerra, la scoperta del sesso: Garpastum è un classico romanzo storico arricchito da uno stile molto ricercato (qualcuno direbbe "Tarriano"), fatto di continui piani-sequenza. Ha inoltre il pregio di non annoiare, e si avvale di interpretazioni decisamente convincenti. Promosso».
(Andrea)

«Sarà perché come i protagonisti in pantaloni, camicia e bretelle sguazzano nel fango per giocare a pallone, allo stesso modo io sguazzo nella grande Storia della Grande guerra e della Rivoluzione d’ottobre con la stessa facilità con cui gli altri, appunto, giocano a pallone. Oppure sarà perché ci sono delle scene di sesso simpatiche, che così seppiate sanno tanto di calendari da portafoglio del barbiere. Oppure sarà perché dal sangue ai libri sulle vagine, ai sogni ("Eravamo aringhe con patate") fino alla voglia di emergere di un regista che sono convinto farà ancora parlare di sé non manca proprio nulla. Insomma per tutto ciò ma anche per molto meno, questo bel romanzone mi ha lasciato parecchio soddisfatto».
(claudio)



Terry GILLIAM The Brothers Grimm Gran Bretagna 120’

«Nonostante l'abbiocco incombente che mi ha creato non pochi fastidi, non mi è stato possibile non accorgermi che questi Grimm sono una discreta delusione: un film da venerdì sera con gli amici, divertente sì, ma al pari di tanti altri prodotti medi. Damon sciapissimo, Ledger ammiccantissimo ma almeno più azzeccato, Gilliam fracassone e appiattito, alla ricerca di soldi per il suo futuro Tideland. Portateci i nipotini, andateci con la ragazza, e non aspettatevi niente: magari vi piacerà».
(Ohdaesu)

«Mi aspettavo un pacco e pacco è stato, noioso e piatto. Non c'è un guizzo, un'invenzione, è un prodotto mediocre che non soddisfa da nessun punto di vista. Speriamo almeno che questa marchetta porti cash per un film come si deve. L'unico personaggio che mi ha un po' divertito è il retorico Italiano con le mani in pasta».
(MurdaMoviez)

«Probabilmente il film più discusso, tra i vostri amati cinebloggers: e chi vi scrive è, a rischio di insulti, il più entusiasta. Pur senza la verve dei film più belli di Gilliam, Brothers Grimm è decisamente un buon film, con uno spirito forse più "di cassetta" ma senza dimenticare visioni più "gilliamiane" (la corsa di Cappuccetto Rosso, l'uomo di marzapane, lo specchio rotto nel finale). Un figlio minore di Munchausen, divertente e brillante, che in attesa delle prossime meraviglie accettiamo di buon grado, e ringraziamo».
(kekkoz)

«Forse il peggior film di Gilliam mai visto. Tutto sommato divertente, ma piatto e inspido, sembra un compitino fatto da un alunno diligente per accontentare la maestra. Considerato anche il materiale di partenza, da Gilliam era giusto e sacrosanto aspettarsi qualcosa di più. Un mestierante qualsiasi non avrebbe raggiunto risultati diversi da questi. Prima grossa delusione del festival».
(Andrea)



Takeshi KITANO Takeshis' Giappone 108'


«Il film a sorpresa di Venezia 62 è davvero una sorpresa: un collage personalissimo e profondamente intimo di immagini ed episodi (ora parodici, ora rabbiosi, ora comici, spesso ininfluenti) uniti secondo una logica tutta propria, associazioni d'idee, affinità o allusioni tra film e realtà pubblica e privata. Il tutto per raccontare il proprio sdoppiamento-autocontaminzione, tra il Beat pubblico e il misero Takeshi quotidiano. O qualcosa del genere. Lento, convoluto, a tratti geniale a tratti irritante, girato senza alcun rispetto per le aspettative del pubblico o comunque di chiunque altro non sia Takeshi stesso. Beat si psicanalizza, ma purtroppo noi non siamo psicanalisti».
(Ohdaesu)

«Tutto quello che ci si potrebbe aspettare da Kitano qui dentro c'è, ma è (d)eluso, rinnegato, un circolo che fa finge di chiudersi, ma non rimane nemmeno aperto. Kitano spara contro tutti e a tutti non potrà piacere, troppo sfilacciato (volutamente), certo si ride, ma più spesso ci si domanda i perchè, in delle sequenze se ne apprezza il tocco poetico, ma è fugace: la furia irriverente, divertita, ma intimamente malinconica e disperata viene sempre a sovrastare tutto. Si potrebbero citare delle scene. ma sono convinto che ognuno troverà la sua hit fra la miriade di allucinazioni»
(MurdaMoviez)

«Takeshi Kitano, che si è stufato di fare lo yakuza, crea il suo film più complesso (forse troppo perché patisce la sindrome da studente dams: sogni nei sogni, gente che si sveglia di continuo), allo stesso tempo il suo più spassoso e il suo più malinconico, una feroce dichiarazione d'intenti, rabbiosa e ironica, nei confronti del suo pubblico e della critica, e nello stesso tempo autoanalisi surrealeggiante che spiazza ad ogni inquadratura. Formalmente, infatti, siamo in piena forma: da vedere è davvero uno spettacolo, con bruchi piccoli e grandi e spari che diventano costellazioni. Pura sperimentazione: finalmente. La gente e la critica non l'hanno apprezzato né capito, e forse Kitano ha rischiato di allontanare fans, adepti e disinteressati con un solo colpo di scopa: ma forse ne valeva la pena. Kitano non raggiunge il livello di altri suoi capolavori ma è serissimo pur nel tono di divertissement, e dimostra una consapevolezza e una classe che difficilmente si trovano altrove. Folgorante».
(kekkoz)

«Il film autobiografico più folle mai visto. Takeshi ucciso dai suoi film. Takeshi ucciso da se stesso. Venti minuti finali di puro delirio poetico».
(Rob81) (versione estesa)



Stanley KWAN Changhen ge Cina/Hong Kong 120’

«35 anni di vicende di una donna, 35 anni di storia di una città: la straordinaria Sammi Cheng è una donna che, con alterne vicende, non riesce (e non vuole) lasciare mai la sua Shanghai, e così la sua vita si incrocia con quella della città, dai fasti prerivoluzionari, al regime, all'apertura ad occidente. Romanzo storico femminile avvolgente e inusuale, realizzato con un montaggio libero e serrato che tende a prediligere l'essenziale, in un film che sarebbe potuto durare anche il doppio. E non ci sarebbe dispiaciuto, vista la bellezza davvero sfolgorante della fotografia, il fascino degli interpreti, la commozione che riempie tutta l'ultima parte del film. Davvero bellissimo, tra i migliori visti qui alla mostra. Daremmo oro per la Coppa Volpi a Tony Laung Ka-fai».
(kekkoz)

«Mi è cresciuto dentro questo film, a ore di distanza dalla visione, che mi aveva lasciato soddisfatto ma un po' freddo. Melodramma al femminile che abbraccia gli anni caldi della Cina del secondo novecento, Changhen ge è un elegantissimo racconto di una città, Shangai, vissuta sulla pelle di chi non ha mai voluto abbandonarla. Ad una fotografia curatissima si affianca un montaggio sorprendente, capace di amplificare la potenza della narrazione in modo inaspettato. E adesso devo recuperare tutto quello che mi sono perso di Stanley Kwan».
(Andrea)

«Primo consiglio: questa volta il doppiaggio è fondamentale, che se no due ore nette di cinese stroncano chiunque. Secondo consiglio: siate riposati e attenti. Ecco, ora potrete apprezzare la magnificenza di immagini senza pari, la raffinatezza della storia della Cina e di Shanghai, una diva nostalgica come la direzione di Stanley Kwan. Lunga, pesante, complessa».
(claudio)



Ang LEE Brokeback Mountain Usa 134’


«Mica male questo dramma gay trattenuto e sobrio, sostenuto da un grande Gyllenhaal e un Ledger a volte ottimo a volte meno. Grandi spazi, amori proibitissimi eppure irreprimibili eppure repressi. Lee si prende il suo tempo (pure troppo: tagliare almeno 25 minuti di sottotrame familiari) ed evita retorica e piagnistei, con risultati più che apprezabili. C'è garbato».
(Ohdaesu)

«Molto freddo all’inizio, ha cominciato a prendermi sempre di più strada facendo, lasciandomi come ricordino un insolito nodino alla gola, da affrontare però alla luce della ragione. È un film che finalmente racconta l’amore degli uomini, anche non necessariamente tra di loro, e che forse per questo mi colpito più di altri. Però anche un film che ripete lo stesso motivetto di colonna sonora appena può, che isola completamente i quattro-cinque personaggi principali, che ambientato negli anni dell’emancipazione femminile dà della donna un’immagine non proprio felice. È un film sorprendente, da un regista che non mi ha mai impressionato, ma che stavolta, tra i colori pastello del cielo, aveva qualcosa da dire. E io qualcosa da ascoltare».
(claudio)



Fernando MEIRELLES The Constant Gardener Gran Bretagna/Kenya/Germania 128’

«Per carità, Fernando Meirelles è sempre convincente almeno tanto quanto la sua regia invadente (cioè tantissimo), e questa volta riesce in qualche modo nell’impresa di trovare una certa armonia tra Rachel Weisz, Ralph Fiennes, la denuncia politica, belle riprese da cartolina, i bambini africani e i colori infiniti di quel continente, il thriller di Le Carrè che per le recensioni del Premio Bancarella evitai accuratamente e l’aumento della sua autostima personale. Ma mi pare un po’ troppo semplice prendere applausi sull’indignazione per un Occidente che abbandona-sfrutta-uccide l’Africa da chi in sala Grande va con un vestitino firmato Armani, Gucci o Valentino».
(claudio)

«A me invece è piaciuto, perchè riesce a mischiare più elementi e contrastanti in un corpo compatto e monolitico. Si passa dalle riprese docu umaniste al trhiller fino a rasentare la tamarraggine con le pistole, diciamo pure subito che il regista funziona molto di più come uomo d'azione che come antrosociologo, ma vedere un film politico che non annoia è già segno di distinzione. Si dice chiaro e tondo cosa fanno le multinazionali farmachimiche in africa, come gli stati occidentali ne siano succubi, quanto sia alto il controllo su di ogni cittadino, ma implementando il tutto fra trhiller e mistery. Certo, più di una volta si cade nel patetismo, nelle belle immagini e in un metraggio esagerato; ma anche tenuto conto di ciò non è sufficente per affossare un discretissimo film.»
(murdamoviez)



PARK Chan-wook Chin-jeol-han Geum-ja-ssi (Sympathy for Lady Vengeance) Corea 112’

«La più bella serata della mia vita di spettatore cinematografico verrà descritta con maniacale dovizia prossimamente sul mio blog. Qui dirò soltanto che Lady V è una sontuosa, barocca, insinuante, composita meraviglia che riprova il talento sovrumano del signor P nel modo più bello: ossia grazie alla capacità di reinventarsi e rinnovarsi, creando un film diversissimo nel tono e nella struttura dai suoi illustri precedenti, eppure di nuovo splendido, diversamente splendido: ricercatezze sopraffine, un ritmo sinuoso pur nel profluvio di eventi, nessun sospetto (vivaddio) di maniera, una stupefacente protagonista e finalmente un deciso spiraglio di bianco. Gamsa hamnida».
(Ohdaesu)

«C'è voluta una seconda visione per avere un'idea chiara di un film così complesso, maturo e completo. Tirare le somme della trilogia, trovando un tassello all'altezza dei precedenti e che allo stesso tempo brillasse di luce propria, non era sicuramente facile. Ma il nostro ha stupito di nuovo, spiazzando chi si aspettava un Oldboy 2 e tradendo (in positivo) anche le aspettative dei Parkiani più scafati. La vendetta è stata esplorata in tutte la sua complessità, e Lady Vengeance si rivela un film necessario per concludere (stavolta con una inaspettata apertura nel finale) il discorso iniziato quattro anni fa.
Oldboy è sicuramente superiore, ma non basta questo a non farmi gridare al capolavoro».
(Andrea)

«Dopo la prima proiezione, mi chiedevo per quale motivo non fossero sgorgate lacrime (se non durante il commovente e lunghissimo applauso da noialtri promosso), mi domandavo perché questo attesissimo film, forse il più atteso della mostra, non mi avesse lacerato le viscere come i due capitoli precedenti della "trilogia della vendetta". Forse il fatto che è completamente diverso da come me l'aspettavo, forse sono state quelle punte di grottesca ironia diffuse nel film, forse la morale più sottile e adulta, forse l'emozione eccessiva dell'attesa. C'era una sola cosa da fare: tornare a vederlo, la mattina dopo, con l'animo pacato e insieme al pubblico degli accodati accalcati accaldati accreditati.
E grazie al cielo: Lady Vendetta, alla sua seconda visione, si rivela per quello che è, nonostante la bocca storta di certa (cieca? o è una cospirazione?) critica ufficiale: un meraviglioso, complessissimo "ritratto di peccatrice", che seguendo le note traiettorie vendicative di Park, attraversa anche due splendidi affreschi di dolore: quello (rappresentato con un montaggio superbo e geniale) delle detenute di un carcere femminile, e quello straziante e doloroso (ora, sì, lacrime a fiotti, e brividi) dei genitori che non si rassegnano alla perdita e sfogano la loro disperazione cercando una catarsi che non può arrivare, e non arriverà mai.
Splendido finale tra fiocchi di neve e lacrime, uno stile perfetto ricolmo di vortici visionari, titoli di testa tra i più belli mai visti. Il meno bello della trilogia? Forse, ma c'è pure tempo di cambiare idea. E comunque il miglior film della 62ma Mostra del Cinema».
(kekkoz)

«Sono probabilmente (fra noi) quello a cui questo film è piaciuto meno; è un Park più maturo, che esplicita tematiche religiose e morali, mescolando le evoluzioni registiche e di montaggio di Oldboy alla volontà di straziare di Mr vendetta. Il Problema principale è che non ci sono ne' i fuochi d'artificio daesuiani ne' si percorre una passione durante la visione: la pellicola scorre potente e dura, elegante e carnale, ma anche alla seconda visone (sebbene ne sia uscito molto più convinto) non si riesce a soffrire per simpatia: un particolare che ti sdubbia, una scena che proprio non ti ci riesce di fotterci, in altre un montaggio cervellotico impedisce una sana e consapevole immedesimazione, che poi si tratti di strategia estetica o meno non mi interessa, non colpisce come dovrebbe o come ci si aspettava. Non sono nemmeno d'accordo con chi dice che è in uno stile nuovo rispetto agli altri due episodi della trilogia, è una somma che non è riuscita veramente bene, certo, si viene a comporre una visione di altissimo livello (fino ad adesso sicuramente il meglio di ciò che ho visto, tenendo sotto di un pelo Final Fantasy 7) e che più e più e più volte riesce a stupire e a meravigliare, a lasciare negli occhi immagini che perturbano e che non vogliono proprio andarsene.
Ne' un passo indietro nè un passo falso, è che ogni tanto si sdrucciola. Ma rimane grandissimo e imperdibile.
Si sono lette delle cose poi da raccapriccio, da parte di critici italiani che infamano i critici giovanilistici, che parlano di Park come un registucolo horror/grottesco/pulp/b/ che pare che i film non se li siano nemmeno visti e si permettono di sparare a zero sul cinema coreano. Andate a vedere Casanova assieme a Buttiglione che ci state bene».
(MurdaMoviez)

«Ovviamente il film più bello di tutta la mostra. Leone D’Oro e la coppa Volpi per Lee. Park rivolta come un guanto il concetto di vendetta. Purificatrice ed estetizzante con la consueta perfezione narrativa. Dieci minuti di applausi. Io c’ero».
(Rob81) (versione estesa)



Krzysztof ZANUSSI Persona non grata Polonia/Russia/Italia 110’

«Due notti trascorse praticamente senza dormire hanno fatto il loro effetto, e ieri sera mi sono ritrovato in sala Alice con la testa ciondolante, alternando barlumi di sonno e veglia con l'effetto che non ho visto il film né mi sono riposato. Che peccato, e che vergogna».
(Ohdaesu)



Postato da: kekkoz a 17:32 | link | commenti (4) |

Fuori concorso



Scott DERRICKSON The Exorcism of Emily Rose Usa 119’

«Le parti horror non sono male, riescono pure a spaventare, l`esorcismo è pure ben fatto, non cade nella trappola dell`esorcista. Il Problema è che il film è una verbosissima esposizione in tribunale. Oltretutto c`è pure la pretesa di testimoniare l`esistenza dei Demoni (il film è su di una storia vera) e quindi di invogliare la gente a credere in Dio. Fastidioso».
(MurdaMoviez)

«Parte anche bene il film di Derrickson, equilibrando l'horror puro con il thriller giudiziario. Peccato che dopo pochi minuti quest'ultimo prenda il sopravvento, trasformando la pellicola in un polpettone insostenibile e retorico, che puzza in modo evidente di propaganda cattolica. Le interpretazioni degli attori sono imbarazzanti, voglio salvare solo la bellissima figlia di Carpenter, che ho trovato credibile nel ruolo dell'indomoniata del titolo. Come primo film occidentale visto al festival, cominciamo proprio male».
(Andrea)



Stuart GORDON  Edmond Usa 90’

«Si è entrati in sala ignoranti e convinti di assistere, vista la firma4, a qualche tremendo splatterone per farsi quattro risate. E invece l'ultimo film di Gordon è tratto da una piece di David Mamet ed è quanto di più diverso ci si potesse aspettare da lui: violenta variazione sul modello di Fuori orario, riflessione amara, disperata e ricercatamente sgradevole (mai sentita tanta political uncorrectness) sulla condizione frustrata dell'uomo (bianco) contemporaneo. Niente per cui strapparsi i capelli, niente più (o poco meno) che dignitoso, ma meglio di quanto ci si aspettasse. Sangue a fiotti, solo per un attimo, ma gli animi sensibili avranno ben altro per cui scandalizzarsi e uscire schifati dalla sala».
(kekkoz)

«La notte di ordinaria follia di un uomo d'affari stanco e frustrato dalla routine quotidania. Viaggio grottesco e allucinato tra gli eccessi di un'America ostile, guidati dall'uomo medio (e mediocre) che si ribella alle ipocrisie del politically correct. Molto piacevole proprio perche inaspettato, il film di Stuart Gordon ricerca il disgusto dello spettatore toccando nervi scoperti della nostra società (il razzismo diffuso e malcelato in primis), e riesce egregiamente a scuotere qualche coscienza. Un paio di scene cult, e qualche grassa risata. In sala pochi fischi e molte perplessità».
(Andrea)

E' un film con grandi limiti, ma che per corenza, coraggio e sopratutto per metraggio contenuto riesce a divertire e pure a far riflettere; sebbene il protagonista si lanci in filippiche turpiloquianti anti neriamericani il film non è imho da prendersi come bandiera del white power, anzi, l'esasperata retorica intacca e mette in dubbio pregiudizi che si nascondono dietro idee false liberal.. perchè c'è bisogno di prendere e chiamare le cose per quello che sono. Non è che tutti i neriamericani sono pappa o criminali, ma quelli che incontra lui si, non è che tutti i bianchi di mezza età sono stupratori di signore afroamericane di mezza età come la stessa pensava. Poi magari non ho capito il film che però mi ha diveritito.
(MurdaMoviez)

«Ovvero quando la nicchia non si rassegna e vuole godere. Una discesa verticale sanguinolenta e pazzoide di uno stimato uomo in giacca e cravatta con la faccia giustissima di William H. Macy, che passando dai night, dalle prostitute di lusso, dal gioco delle tre carte, da un omicidio e da un altro delitto quasi compiuto, finisce facendosi sodomizzare in carcere da un negro alto, gay e sdentato, che oltre a compagno di cella, prima o poi diventerà pure compagno di cuore. Ineccepibile. Breve e bravi».
(claudio)



Ron HOWARD Cinderella Man Usa 144’

«Signore e signori e "all’unanimità", i brividi di un Ron Howard che gira proprio da dio, con piccoli pianisequenza circolari dal basso, con il montaggio alternato tra un Paul Giamatti immenso, il pubblico esultante sulle tribune e il radiocronista invasato, e che sempre, fino alla fine e in ogni incontro di boxe, fa palpitare anche se il finale è chiaro fin dalla premessa messa in sovrimpressione. E se Renée Zellweger non appena toglie il broncio ritorna ad essere la modesta Bridget Jones, e la sceneggiatura politicamente stracorrettissima si accoda alla denuncia dell’anticomunismo, Russel Crowe stavolta ha il cazzetto dritto per davvero».
(claudio)



Mike JOHNSON, Tim BURTON Tim Burton's Corpse Bride Gran Bretagna 75’

«Favola gotica che attinge dal folklore est erupeo, e gioca con il classico binomio amore-morte, arricchendolo con abbondanti dosi humour nero e di citazionismo cinefilo.
E questo si può dire per l'ottanta per cento dei film di Tim Burton. Perchè in effetti in Corpse Bride di discorsi nuovi non se ne vedono, ma non ci se ne rammarica troppo. Il regista riprende la stop motion (qui portata a livelli incredibili, seppure con qualche tocco di CG piuttosto evidente) per portare sullo schermo una fiaba tipica della tradizione russa, in cui un giovane promesso sposo per errore si trova tra le braccia di una sposa cadavere (la corpse bride del titolo), ed è trascinato nell'aldilà per festeggiare le bizzare nozze. Molto bello il contrasto tra il mondo dei vivi e quello dei morti (come già accaduto in Nightmare before Christmas), sottolineato dalle solite, splendide musiche del fido Elfmann. Le trovate genialoidi di Burton trovano ovviamente terreno fertile nelle atmosfere dark e infantili del film, e le grottesche performances di scheletri e cadaveri fanno ridere di gusto.
Sarà difficile per i doppiatori italiani eguagliare le interpretazioni di Jhonny Depp ed Helena Bonham Carter (alla loro prima prova in un film di Tim Burton - ahahah). Staremo a vedere cosa si inventeranno stavolta».
(Andrea)

«La seconda esperienza del regista americano con il lungometraggio d'animazione passo-uno è all'altezza (o davvero poco manca) del magnifico Nightmare before Christmas. La sposa cadavere è "puro Burton distillato", nel senso in cui lo intendono i suoi (timidi) detrattori: ma è impossibile non fare felici gli amanti del suo cinema magico e barocco, che ritroveranno in quest'operetta gotica i tipici sturbi dark che, pur passati film splendidi come Big Fish, facevano sentire la loro mancanza nelle sue opere. A costo di sembrare la maniera di se stesso, Burton mostra di non essere cambiato affatto, e (fortunatamente, stavolta) di non essere cresciuto, nell'anima: ma, altro che maniera, il folletto sognatore e dolcemente perverso, innamorato degli horror di serie B e accompagnato dalle musiche del solito enorme Elfman (qui in stato di grazia) ha realizzato un film che è una gioia per gli occhi, pura magia cinefila (ma non solo, e non sterilmente) che mescola la Hammer con l'yiddish, la Disney con Fulci e Fleming. Uno scheletrico tutt'ossa, scheletri ballerini letteralmente da svenimento, finale con CG da brividi sulla schiena. Bello, bello da morire».
(kekkoz)

«Vabbè, ormai qua lo sanno pure i vaporetti. Comunque anche chi sopporta malvolentieri i cartoni animati pieni di canzonette, e questo con una canzonetta comincia addirittura, rimarrà a bocca aperta. E anche chi crede che i morti non se la spassino, nel loro mondo grigio e triste, dovrà ricredersi. E anche chi non si fida di Tim Burton, dovrà deporre le armi. E anche non crede nelle favole, sarà costretto a cominciare ad ascoltarle. Benvenuti nel migliore film dell’anno». claudio

«ok tecnicamente è superlativo, non che ci sia niente di nuovo nè di rivoluzionario, revival per un film dal sapore retrò, dove il mondo dei vivi è grigio e deformato, quello dei morti è deformato pure, ma con tanta gioia per la nonvita. Le musiche sono efficacissime (anche se personalmente ho preferito quelle di Charlie and the Choccolate) e in qualche musichetta ballata si trovano delle ottime trovate. Solo però una battuta mi ha fatto ridere (quando dice al cane fai il morto e lui ..che è già morto.. non fa un bel niente) per il resto un ottimo film d'animazione, ma che mi ha lasciato freddino...La storia è priva di interesse e le svolte dei personaggi assolutamente ingiustificate, ok chissene, allora cosa? boh.. non capisco tutto questo entusiasmo, ma non sono un burtoniano.»
(murdamoviez)



Andrew LAU, Alan MAK Initial D Hong Kong 108’

«Non è un buon film, ma dei difetti ne parleranno gli altri, io ammetto che a vedere corse in macchina, modding, corse in macchina, slittate in curva, tante slittate in curva, corse in macchina, tamarri che guidano macchine tamarre, stupidaggini e un tipo che sembra per tutto il film voler rinunciare alle corse clandestine per una tipa ma scopre poi che sta tipa fa la mignotta e cosi la molla e fa le corse clandestine incoraggiato dal padre ubriacone Anthony Wong. Ho perso il filo del post, pero` il succo e` che ha vedere il film mi sono divertito alla grandissima».
(MurdaMoviez)

«Incredibile che i responsabili dell'ottimo Infernal Affairs abbiano firmato questa tragica versione manga di Fast and Furious, in cui non si riesce a trovare un pregio nemmeno mettendoci tutto l'impegno possibile (forse l'interpretazione di Anthony Wong, ma e` troppo poco). Noioso, ripetitivo, fastidiosamente cool, e fondamentalmente insulso. Notevole l'immoralita` dei messaggi propinati. Allucinante, nella sua assurdità, il finale».
(Andrea)
 
«E c'è gente che va pure in giro per la mostra a dire che "è carino. Non scherziamo: Initial D è uno dei peggiori prodotti hongkoghesi degli ultimi anni, e vorrei entrare nella testa di Muller e leggere cosa pensava quando l'ha scelto. Girato con i piedi, questo Fast and Furious (ma più cretino) dei poveri non supera la barriera dell'indecenza. Povero, povero Anthony Wong».
(kekkoz)



Neil MARSHALL The Descent Gran Bretagna 103’

«La classica occasione sprecata di una sceneggiatura con il coraggio necessario e l’idea giusta di eliminare gli uomini e piazzare cinque giovani donne con la passione per la speleologia in cunicoli a mio modo di vedere resi splendidamente da fotografia e regia e per quel che riguarda la parte girata in studio ricostruiti alla grandissima. Ma volevo un film horror con sangue che sgorga dalle ferite, crepacci, ossa che si spaccano e si fracassano, facce devastate, corde che si spezzano, picchetti che si staccano, torce che si spengono, protagoniste che si picchiano, rocce che franano, luce del sole che termina lì, in fondo a quei cunicoli di morte e distruzione che inghiottono tutto senza sputare più nulla. E invece no, perché poi purtroppo arrivano dei mostricciatoli mezz’uomini affamati cannibali con movenze simil Gollum che rovinano tutto. E quindi, come al solito, farà paura solo ai sedicenni del sabato sera».
(claudio)



MIIKE Takashi Yôkai Daisensô Giappone 124’

«Miike non perde la capacità di spiazzare e di sconvolgere. Altamente demenziale e stupido, continua a vociare il suo canto pacifista da una prospettiva opposta a quella di Izo: qui è un film stupido e demenziale per preadolescenti, dispensando trovate geniali e nonsense, prendendosi gioco degli stereotipi e al contempo servendosene. Pupazzi, passo uno e CG spesso usate in contemporanea.
I fagioli azuki fanno bene. By il nonno».
(MurdaMoviez)

«Che c'azzecca Takashi Miike con il cinema per ragazzi? C'azzecca, a quanto pare: il visionario regista nipponico dimostra ancora una volta la sua elasticità e il suo talento sempre rinnovabile con un film che unisce la tradizione giapponese, i maestri del manga, i pupazzi di Henson e le strategie narrative di Carrol. Il risultato è straordinariamente divertente, zeppo di trovate, e persino maturo nella sua esplicità ingenuità che spesso si tramuta in consapevole scemenza. Non fate l'errore di esserne delusi, anche se alla seconda visione (siamo un branco di nerd) l'entusiasmo scema lievemente.
E, bambini, non provate questo a casa vostra».
(kekkoz)

«Forse sono il più Miikiano tra i bloggers qui presenti, eppure sono l'unico ad avere "commesso l'errore" di rimanere deluso dall'ultimo lavoro del nostro. Che per la prima volta ha dato un freno alla sua prolifica produzione, e nel 2005 è riuscito a presentare al pubblico solo questo film. Probabilmente per mero collezionismo, il grande regista nipponico decide di confrontarsi con un genere che (credo) non aveva mai affrontato: il film d'avventura per ragazzini. Con un tono tra il mago di Oz e i Power Rangers, la pellicola attinge alla sterminata mitologia giapponese, mescolando qualche guizzo horror (solo nei primissimi minuti) con una demenzialità diffusa. Ma i risultati mi hanno convinto poco, ed è una vera faticaccia riuscire ad ammetterlo. Ho riso raramente, e il resto lo ha fatto una regia sciatta e poco personale. Ho sperato in un guizzo, in un cambio di rotta, in un finale che ribaltasse quanto visto fino a quel momento (anche se il finale così com'è, va detto, è molto bello), ma purtroppo non è stato così. Per la prima volta non rientro nel target scelto dal regista, e la cosa fatica ad andarmi giù. E non mi permette neanche di dire se si tratta di un film riuscito o meno.
Ma si sa, io sono solo un muro».
(Andrea)

«Divertente avventura per ragazzini che non sarebbe certo altrettanto considerata se non vantasse QUEL regista, il quale ci regala qualche (sparuto) tocco dei suoi. Per il resto, c'è di che spassarsela tra centinaia di creature assurde e stupidotte, nonsense, scoppi e crolli. Makeup fantastico, buone risate, divertimento (quasi) assicurato. Nient'altro, ma non è poco».
(Ohdaesu)

«Immagino già i critici sparare merda su questo divertentissimo film pieno di trovate nonsense. Anche nella favola Miike non rinuncia la suo estro».
(Rob81) (versione estesa)



NOMURA Tetsuya Final Fantasy VII: Advent Children Giappone 90’


«Mi tocca bilanciare il giudizio dei miei due colleghi, che sono dei videonerd e quindi hanno goduto più di me. Ma d'altro canto mi tocca ammettere che è una delle cose più incredibili che abbia visto negli ultimi anni, da un punto di vista estetico. Anche se fracassone, autoreferenziale e sostanzialmente vuoto».
(kekkoz)

«Finalmente si vede un filmvideogioco che è degno di questo nome, si fa presto a capire il perchè, chi ha fatto il film è chi ha fatto il videogioco. Sequenze da paura, una regia che sfrutta le potenzialità del mezzo, spade tamarre più che Kitamura, Bullet time che non scopiazza nessuno e botte, tante botte. Qualità della CG praticamente perfetta. Ho goduto».
(MurdaMoviez)

«Probabilmente solo un nerd potrebbe godere appieno dello spettacolo messo in campo da Nomura e soci. Io per fortuna lo sono. E sicuramente solo un fan della saga videoludica di Final Fantasy può apprezzare l'estrema autoreferenzialità del film. Io per fortuna lo sono. Difficile in questo caso cercare di essere obiettivi. Come chi mi ha preceduto, ho goduto. E molto. Il film pesta l'accelleratore sull'azione sfrenata, e l'esaltazione provocata fa dimenticare facilmente la trama meramente pretestuale e la  totale mancanza di spessore».
(Andrea)



Bruno PODALYDÈS Le parfum de la dame en noir Francia 115’


«Un giochino stucchevole tirato per le lunghe ma gradevole e simpatico, un divertissement un tantino pieno di sé, inutile, macchinoso e autoreferenziale, ma con più di una battuta sorniona e che strappa un sorriso dietro l’altro».
(claudio)



John SINGLETON Four Brothers Usa 104’

«Cazzotti, sparatorie e tamarrate. La ricetta di Singleton è sempliciotta ma efficace. Il film funziona a metà (avrebbe giovato qualche spinta più convinta verso il lato action), ma intrattiene in modo più che decente. Buona prova di Wahlberg, smargiasso quanto basta, che regge ottimamente uno dei pochi personaggi ben scritti. Una sparatoria esaltante, e un inseguimento in macchina veramente coinvolgente. Mi aspettavo qualcosa di meglio, ma ci si accontenta».
(Andrea)

«Deluso da dialoghi e trama perbenista, perbenismo nero e proletario, ma di questo si tratta, proprio non ci è piaciuto perchè puzza di stantio. Pure le sparatorie (ma è meglio dire come si spara e l'esibizione feticista delle armi) non si spingono poi così avanti nella tamarraggine, lato dove speravo ci si spingesse parecchio in là. Ma c'è davvero del buon plotting nel finale. Da noleggio di pomeriggio».
(MurdaMoviez)



Steven SODERBERGH Bubble Usa 73’

«Dramma implosivo, con narrazione ridotta all'osso, tempi lenti, fotografia virata al giallo, spaccato della sonnolenta provincia americana (siamo in Ohio). La ricetta è quella del classico prodotto da Sundance, ma le (poche) buone promesse accumulate nei primi venti minuti di pellicola crollano per colpa di una struttura povera e priva di idee, che insieme alla scarsa caratterizzazione dei personaggi, contribuisce al parziale fallimento del lavoro di Soderbergh. Il finale è di una bruttezza rara. In definitiva, non irritante come credevo, ma evitabile».
(Andrea)

«Soderbergh, nella sua fase "voglio essere un autore di nicchia" per farsi perdonare gli Oceans, stavolta sceglie la via del dramma asciutto e muto, dei tempi lunghi, delle vite vuote alla Solondz o alla Van Sant ultimo modello. E ci riesce anche ammirevolmente, procedendo spedito e lineare nel solco (comunque già noto) della raggelata tragedia di provincia, finché non decide che il film è finito e appiccica un inutile quanto brutto finaletto e poi via coi titoli di coda su schitarrate minimal-folk. Peccato».
(Ohdaesu)



TSUI Hark Seven Swords Cina/Hong Kong 144’

«Finalmente un wuxia che non è un omaggio al wuxia: carne, sangue, combattimenti, epos, tutto quello che temevamo non ci fosse ed invece c'è, a soddisfare le nostre pupille. Tsui in piena forma, si fa perdonare i tonfi americani. Qualche perdita di ritmo, ma nel totale un'inaspettata e piena soddisfazione. Le sette spade ce le sogneremo di notte per settimane».
(kekkoz)

«Troppo lungo, almeno di mezz'ora, si affloscia verso metà, ma riesce grazie ad una prima parte potente ed un finale che mi ha dato uno sprazzo di classicità da kung fu (grazie anche alla superlativa prova d'attore/coreografo di Lia Chiang-Liu) a colpire duro e più volte macabro. Bellone da vedere».
(MurdaMoviez)

«Lo aspettavo da tempo. Volevo vederlo. Ma la stanchezza accumulata è stata più forte di Tsui Hark, e i primi minuti, folgoranti, non sono riusciti a tenermi sveglio per le due ore successive. Mi vergogno di me stesso».
(Andrea)

Postato da: kekkoz a 17:10 | link | commenti (5) |

Orizzonti



Matthew BARNEY Drawing Restraint 9 Usa 150’

«Non avevo troppa voglia, ma ci ho provato, a vedere questo sesto episodio di Cremaster, l'epopea arty del marito di Bjork. L'occasione era ghiotta, anche per la presenza in sala dei due. Due ore e mezza di film-installazione: ma dopo la centesima reiterazione simbolica, e dopo un'ora e un quarto delle musiche snervanti della mia (purtroppo) amata cantante islandese, sono scappato a gambe levate sbadigliando. Molti critici sono impazziti per questo film, sarà anche un bel vedere, ma io semplicemente dubito che sia cinema. Arduo immaginare qualcosa di più noioso»
(kekkoz)



Lirio FERREIRA Arido Movie Brasile 115’

«Brasiliano giovane-a-tutti-i-costi, anche a costo di essere un pulp fuori tempo massimo: e allora scene lisergiche, elogio incontestato della cannabis, discese all'inferno e scherzi del destino, omicidi inaspettati, esoterismo indio. Comunque vitale e divertente, e in più Ferreira sa non badar troppo alle convenzioni figurative, esagerando a volte (come il piano circolare nel locale) ma mantenendo un'originalità che almeno permette di sopportare il film fino alla fine».
(kekkoz)



Michael GLAWOGGER Workingman's Death Austria/Germania 122’

«Tra le cose migliori che ho visto fino ad ora qui al Lido, il documentario di Glawogger va a scovare in cinque angoli di mondo le vite dei disperati, dei dimenticati: vite dominate dal lavoro e da nient'altro. Uomini rassegnati le cui uniche ambizioni si riducono a sopravvivere.
Esteticamente curatissimo (e altrettanto incantevole), il film parte leggero per poi alzarsi in un crescendo di poetica disperazione, che colpisce forte senza essere ricattatorio. Imperdibile».
(Andrea)



Rustam KHAMDAMOV Vokaldy paralelder Kazakhistan 65’

«Un film kazako non fa mai male per iniziare un festival, e questo è davvero kazako quant'altri mai. Un collage di romanze liriche cantate fuori sincrono da soprano mongole (nel senso dell'etnia) in tende nomadi nella steppa, o nella stalla abbracciando le pecore, o su un aereoplanino di cartapesta. Il tutto inframezzato da una biondona che sproloquia della vita e dell'arte, e alla fine s'incazza e trucida un paio di soprano lapidandole con delle mele. La quintessenza dell'oscuro film d'essai incomprensibile. Da non perdere».
(Ohdaesu)



LI Yu Hongyan (Au fil de l’eau) Cina/Francia 93’

«Finalmente un film della Cina continentale (qui coproduzione francese) che riesce a raccontare una storia quotidiana con delicatezza, senza annoiare mai e senza pedanterie, e non riducendosi ad un mero esercizio calligrafico ma buttando anche qualche riflessione non banale sul passato prossimo e sul presente della Cina. Li Yu affresca la strana vicenda di una maternità perduta e poi troppo tardi ritrovata (e dall'altra parte il romanzo di formazione di un bambino, Edipo suo malgrado) con mano leggerissima, regalando risate e momenti di tenerezza, commozione e un senso di rassegnazione che lascia malinconici eppure soddisfatti. Fotografia abbacinante, e montagne di pesci in agonia che nemmeno Kim Ki-duk. Da distribuire: sarebbe un peccato farselo scivolare via».
(kekkoz)



NING Ying Wu qiong dong Cina 90’

«Un cinese a Cinecittà, dove l’aria, si sa, è quella che è. E così salta fuori un filmaccio un tantino anestetizzante, che dimostra esattamente come non tutto l'Oriente luccica. Perché se questa disgraziata a cui un’amica scopa il marito deve vendicarsi, e per farlo invita altre donne con i tacchi a spillo a casa sua per l’inizio del nuovo anno, allora non c’è affatto bisogno di spiegare la tv della Repubblica popolare agli occidentali, né di provare a sorprendere con il Mah Jong. E non appena pronunciata la battuta "Non mettiamo di mezzo il partito" ecco che spuntano pure le spille di Mao»
(claudio)

«Quattro amiche "rinchiuse" a festeggiare il capodanno cinese, mentre una di loro cerca di capire chi sia l'amante del marito. Ne vengono fuori segreti e bugie da camera, ma con una tendenza al monologhismo che infastidisce. Come se non bastasse, il film è confezionato in un digitale protozoico e la regista, coltivata in terra italica, mostra di non aver imparato granché dallo zio Bernardo. Bellissima la scena delle zampe di gallina, e ottime le attrici. Tutto qui.»
(kekkoz)



Fausto PARAVIDINO Texas Italia 100’

«Pur con tutti i limiti di una regia all'opera prima, e con i difetti di chi pecca solo leggermente di troppa sicurezza, e di troppa fiducia in attori suoi amici, e di quel tantino di ingenuità che comunque qui si apprezza, un bel filmetto italiano, coerente, mai velleitario, soprattutto scritto veramente bene e accompagnato da un umorismo che accompagna per mano lo spettatore fino all’amara riflessione finale. Un lavoro onesto, sincero e originale».
(claudio)



Liev SCHREIBER Everything Is Illuminated Usa 102’

«L'esordio di un noto caratterista del cinema americano è un viaggio all'interno della memoria, una piccola odissea che insegna a non rinnegare il passato e i suoi oggetti ma senza farsi ingoiare dai feticci. Grassissime risate nella prima parte, lacrime a fiumi nella seconda, ma senza l'impressione di uno sbilanciamento: Schreiber dimostra sensibilità e ottime doti di regia, confezionando un film che va dritto al cuore senza essere lacrimevole, e che stupisce per la compattezza e la coerenza (a costo di modificare il testo di partenza) dei suoi temi. Colonna sonora da acquisto immediato, cast perfetto. Bravo».
(kekkoz)

«Delicata e gradevole parabola sull'importanza della memoria e sul legame che ci lega al nostro passato, il film di Schreiber schiva la facile retorica e le ruffianerie per ritornare sul tema delle persecuzioni naziste alla razza ebraica, scegliendo una porta d'ingresso laterale (quella della commedia), per arrivare lentamente al cuore degli spettatori. Si ride e ci si commuove, e si spera per il futuro di questo attore passato dall'altra parte della macchina da presa.
Da vedere esclusivamente in lingua originale, altrimenti dimenticatevi le risate».
(Andrea)

«Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato, se non si sa che luce è non si riesce a capire quello che ci succede. Questo è il punto che si affronta, rinunciando a indagare su gli altri spunti che il libro (che ovviamente non ho letto) poteva offrire, saggia quindi la decisione di accennare alle collusioni del nonno con il nazismo e incentrare le vicende sulla consapevolezza di sè dei personaggi attraverso gli oggetti che vengono dal passato. Delicato e gradevole nella regia e nelle immagini è vero che è fracassone nella colonna sonora, ma francamente non mi ha per niente disturbato. Molto molto gradevole».
(MurdaMoviez)

«Un buon esordio per Schreiber, attore simpatico; un film che, se adeguatamente distribuito, non mancherà di deliziare e commuovere in egual misura grandi folle. Si ride e si versa una lacrimuccia senza sentirsi in colpa, perché la sensibilità è ammirevolmente contenuta, senza mai sbracare nella farsa o nel sentimentalismo, eppure senza rinunciare a una fotografia e a scenografie irrealistiche e fiabesche-caricaturali. Forse un divario un po' troppo netto tra la prima e la seconda parte (le idee comiche che nella prima metà caratterizzavano i personaggi, vengono nella seconda metà completamente abbandonate), ma va bene così. Wood è davvero bravo con la sua buffa maschera impassibile, ma ovviamente a tutti rimarrà in mente Eugene Hutz».
(Ohdaesu)

Postato da: kekkoz a 16:49 | link | commenti |

Storia segreta del cinema asiatico
Cinema Giapponese




Enoken no ganbari senjutsu (Enoken e la strategia della perseveranza, 1939) di Nakagawa Nobuo

«Un divertentissimo film comico con Kenichi Enomoto: meglio noto come "Enoken", pare che Enomoto fosse un celeberrimo artista comico di radio cinema e teatro nel Giappone degli anni '30. Un po' Tati e un po' Chaplin, Enoken nel film è un povero impiegato che, per orgoglio e rivalità nei confronti di un collega di lavoro, si mette seriamente nei guai durante una vacanza con la famiglia. Alcune trovate davvero geniali (come Enoken che corre accanto al treno in corsa, o il massaggio che diventa una rissa, o tutto l'equivoco del giubbotto antiproiettile); più in generale, grassissime risate. Davvero un bel modo per chiudere la "mia" 62ma Mostra del Cinema».
(kekkoz)

«Per lo più inquadrature fisse e frontali per una comica degli anni trenta tranquillamente retrodatabile, se non fosse per il sonoro e per la forte ideologia nazionalista (in fin dei conti si invita la gente a stringersi per la nazione, superando antipatie personali). Ma fra gag ancora divertenti e altre totalmente fuoritempo possiamo scorgere un ottimo attore comico, un paio di canzonette divertenti e una serie di panoramiche a schiaffo da far perdere la testa. Incredibile poi che tutto il film si regga su un giubbotto antiproiettile, incredibile perchè il cioccolatino viene buttato all'inizio e servito alla fine. Volevo troppo vedere sto film (solo per il titolo) dall'inizio del festival, entusiasta di averlo visto, di averci portato kekkoz e di averci concluso il festival»
(murdamoviez)



Tokaido Yotsuya kaidan (I fantasmi di Yotsuya del Tokaido, 1959) di Nakagawa  Nobuo

«Vengeance-Ghost-Story-Samurai con un’antenata di Sadako. Bei pianosequenza e inquadrature pittoriche».
(Rob81) (versione estesa)



Kutabare gurentai (Crepate,  bastardi!, 1960) di Suzuki Seijun


Un ragazzo di strada si scopre essere nobile, accetta la sua condizione e impara le regole della famiglia, ma quando vuole proteggere le sue proprietà dagli interessi di yakuza bastardi si stringerà il dramma e il dolore. fino alla fine sanguinolenta.
Ben costruito e ben diretto, ma privo (quasi) dei nouvellevagueismi che tanto mi avevano arrapato nella farfalla sul mirino. Fukasaku è su un altro pianeta.
(MurdaMoviez)



Akumyo (Infamia, 1961) di Tanaka Tokuzo

Diretto in modo piuttosto anonimo ma sempre accorto è la storia di un bravo ragazzo che gli piace bighellonare, giocare d'azzardo e andare a puttane, che si innamorano tutte di lui, una la illude (ma poi tornerà a scoparla e a chiedergli i soldi) un'altra la sposa e una l'aiuta a fuggire. Ovvio che i boss della Yakuza  non gradiscono questo giovanotto così intraprendente e testardo. Finirà morto preso a bastonate da una super boss. Che lo spezza ma non riesce a piegarlo. Yo
(murdamoviez)



Hakuchu no buraikan (Il mascalzone in pieno giorno, 1961) di Fukasaku Kinji

«L'esordio di Fukasaku mescola gangsterismo e conflitti sociorazziali. L'organizzazione di una rapina, l'esecuzione di questa. La lotta crudele per la sopravvivenza nel Giappone della rinascita postbellica, dove ormai è solo il denaro a fare la differenza. L'amore è strumento di potere, la capacità di amare è inibita dall'avidità, la felicità e la libertà sono possibili solo con il denaro e l'amore, che sembrano non potere conciliarsi.
Ancora grezzo e forse ingenuo, ma l'ho amato alla follia».
(MurdaMoviez)



Nihon kyokaku den (La leggenda dei cavalieri giapponesi moderni, 1964) di Makino Masahiro


«Ambientato nell'ultima decade del secolo decimonono narra la storia di un clan yakuza, che con l'arrivo del mondo moderno e del capitalismo vede sgretolarsi il codice d'onore. Ormai la yakuza non è più una sorta di sindacato corporativo che dietro percentuale media fra lavoratori e padroni, il nuovo modello è quello del clan rivale che si approfitta del potere per arraffare ai padroni ai lavoratori e pure all'imperatore pulendosi le chiappe con il codice. Registicamente piatto è stato il primo di una serie di film con questo titolo».
(MurdaMoviez)

«Romanzo drammatico, didascalico ma istruttivo, poco personale e noiosetto ma a tratti piacevole, il film racconta della nascita della yakuza "cattiva", e della decadenza del codice d'onore dei samurai moderni. Niente di eccezionale, se si pensa a quali altri opere passano per la retrospettiva, ma uno sguardo lo merita di certo».
(kekkoz)

«Piacevole ma noiosetto, il film di Makino è tra i meno interessanti visti fino ad ora all'interno della restrospettiva sul cinema asiatico. Si racconta, romanzandola, la storia della nascita della yakuza moderna. Regia accademica e messa in scena piuttosto superficiale, intrattiene discretamente ma si fa dimenticare presto».
(Andrea)



Okami to buta to ningen (Lupi, maiali e uomini, 1964) di Fukasaku Kinji

«Questa volta si guarda ai ragazzi delle baraccopoli, ai poveri, costretti a scannarsi fra loro (e con chi lo era) ancora una volta solamente per il denaro. L'onore, il rispetto, la famiglia sono valori che vanno messi da parte per fare soldi. Molti porci e cani, pochi uomini.
Si iniziano a vedere le inquadrature sghembe e sequenze magistrali, superlativo tutto il finale (come in ogni Fukasaku che ho visto...troppo poco..ma qui recupero). Citazioni Jazz (musicali e visive) e pure un balletto sulla scia di west side story».
(MurdaMoviez)

«Inizia come un musicarello con tanto di schiocchi di dita, e finisce come un massacro nichilista. E in mezzo, la vita emarginata delle baracche e la voglia di scappare, e tre fratelli che si tradiscono, si picchiano, si sparano, e (in parte) si riconciliano. Colonna sonora indimenticabile e inspiegabilmente "bondiana". Finale, con linciaggio, da brividi. Livido, violento, stupendo».
(kekkoz)



Oretachi no chi ga yurusanai (Il nostro sangue non perdona, 1964) di Suzuki Seijun


«Il mio secondo Suzuki qui al festival, visto al posto di un Fukasaku perchè ho sbagliato sala, non si può certo dire che sia una delusione, diretto e scritto con sapienza e maestria è la storia di due fratelli che non si possono sottrarre al sangue yakuza che scorre nelle loro vene. Più che yakuza movie è un melò familiare, ma con un finale iperrealistico e sanguinolento».
(MurdaMoviez)



Nihon boryokudan – Kumicho (Caccia ai violenti in Giappone - Il boss yakuza, 1969) di Fukasaku Kinji


«Quando il vecchio boss esce di galera tutto è cambiato, ormai nella yakuza è guerra per tutto il giappone due grandissime allenaze si trucidano senza la minima lealtà. Solo il nostro boss cerca di restarsene con la sua gang e mantenere un minimo di onore. Un fukasaku in tono minore per un serial. Indovinate un po'... alla fine il nostro boss compierà una carneficina nichilista e autodistruttiva. Si stava meglio quando si stava peggio».
(MurdaMoviez)



Bakuto gaijin butai (Corpo straniero di scommettitori, 1971) di Fukasaku Kinji


«Un piccolissimo gruppo di yakuza non ha più possibilità di farsi strada nelle grosse città, così decide di partire per okinawa. Dove dopo aver fatto fuori le piccole bande locali si prende metà città. Fattò ciò e trasferitisi in un grosso palazzo con piscina e cocktail si annoiano, meno male che la grossa gang venuta da Tokyo viene a movimentare un po' le cose fino al massacro finale».
(MurdaMoviez)



Gendai yakuza - Hitokiri yota (Yakuza moderni: il killer fuorilegge, 1972) di Fukasaku Kinji


«Questo è un capolavoro. Era la mia seconda visione, e su grande schermo Bunta è ancora più inarrivabile, con il suo corpo ricurvo e quella faccia capace di espressioni mai viste, capaci di dire tutto con una smorfia.
La regia è un tripudio di tagli e inquadrature estreme, dove si dislocano con altissimo livello di composizione e di movimento gli attori e le loro azioni. Un introduzione e un finale che non ci si stancherebbe mai di vedere. Un corpo centrale compattissimo, dove la strada e il privato fanno plotting senza afflosciarsi mai».
(MurdaMoviez)

«Dopo la bellissima introduzione (quasi scorsesiana, ma non uccidetemi) Street mobster è la storia violentissima dell'ascesa e della caduta di un gangster di strada. Inauditamente duro, ha alle spalle in realtà un raffinatissimo lavoro sulla regia, sulle inquadrature, sul montaggio. Ogni singola rissa è come un film diverso, con un eclettismo impressionante. Terribilmente fico, fichissimo».
(kekkoz)



Jingi naki tatakai (Lotta senza codice d’onore, 1973) di Fukasaku Kinji


«Alla fine della seconda guerra mondiale ne inizia un'altra per il popolo giapponese, quella per il denaro. I giovani per le strade sono assoldati dalle gang yakuza. Ma la contemporaneità spazza via il codice d'onore, il traffico di droga ogni rimasuglio di rispetto e lealtà. Si Arriva alla fine degli anni '50 (però sono ispiegabilmente tutti vestiti settantoni) dove la guerra scoppierà fra le bande con estrema violenza e infamia, zero rispetto e nessuna morale. Solo Bunta (che passa un bel po' di tempo in carcere) manterrà una certa condotta etica, non a caso sarà quello a pagare più caro. Fermi immagine, triliardi di personaggi, intrecci plurimi fra personaggi e i loro affari, gente ammazzata su inquadrature sghembe. Un pelino sotto Gendai Yakuza».
(MurdaMoviez)

(Rob)


Jingi no hakaba (La tomba dell’onore, 1975) di Fukasaku Kinji

Grandissimo questo yakuza movie, remakato pure da maestro Miike, narra le vicende di un giovane yakuza che non riesce a rispettare le regole sociali. Sarà un reietto pure fra i criminali, uccide il proprio boss, finisce più volte in carcere, viene esiliato dalla yakuza, se ne sbatte e torna in città, dove inzia la dipendenza da eroina, continua a sgarrare e combattere, viene preso a spadate, ma non muore, il suo sarà un sucidio in carcere...sulla sua tomba ci verrà scritto Umanità e giustizia, forse era solo quello che voleva, ma questo è il mondo sbagliato.
(murdamoviez)



Kenkei tai soshiki boryoku (La polizia contro l’organizzazione violenta, 1975) di Fukasaku Kinji

Un poliziotto corrotto si comporta peggio degli yakuza e prova più pietà per loro che per se stesso ed è anche l'unico nella polizia in grado di capirli e saperci trattare, a differenza del giovane capitano tutto regole e onestà. Poliziotti e criminali sono uguali, entrambi devono rispettare leggi e codici eccetera eccetera. Chi sgarra muore. non ne posso più di scrivere le solite tre cazzate su questi meravgliosi gangster movie».
(MurdaMoviez)

(Rob)


Yakuza no hakaba – Kuchinashi no hana (La tomba degli yakuza – La gardenia, 1976) di Fukasaku Kinji

«La polizia è vista nè più ne meno che una terza gang fra due di yakuza in lotta per il controllo della città.  Un poliziotto marcio che non accetta: non accetta niente, non accetta nemmeno se stesso... è violento, beve, picchia chiunque, è amante della donna di un boss in prigione, stringe un patto di fratellanza con uno yakuza, viene espulso dalla polizia, si mette a lavorare per i gangster,  ma la gang rivale vuole incastrare il suo "fratello", così lo fa beccare dalla polizia che lo droga, lui confessa il nascondiglio di suo fratello. L'onore è macchiato, lui diventa tossicodipendente (assieme alla sua amante Meiko Kaji) e durante un summit fra mafiosi e poliziotti entra e si mette a sforacchiare a destra e a manca».
(MurdaMoviez)

Postato da: kekkoz a 16:22 | link | commenti |

Storia segreta del cinema asiatico
Cinema Cinese




Tao li jie  (Le sventure del pesco e del pruno, 1934) di Ying Yunwei


Una giovane coppia esce dalla scuola superiore con un diploma, tante belle speranze, aspettative e ideali di giustizia. Ma si accorgeranno che il mondo la fuori è marcio, il giovane si licenzia più volte perchè il capo gli vuole far infrangere la legge. Finiranno poveri in canna, costretti a rubare per comprare le medicine, lei morta di malattia, il figlioletto alla ruota e il padre "giustiziato". Melodrammone socialisteggiante, che malgrado la noia che sprigiona nasconde diverse trovate registiche, come un paio di splitscreen artigianali (piuttosto hardcore per essere nei trenta) e un diversi pianosequenza e movimenti di macchina ben eseguiti (da citare un carrello in avanti che attraversa un traliccio)».
(MurdaMoviez).



Shizi jietou (Crocevia, 1937) di Shen Xiling


Un giovane di belle speranze ha una stanza in affito, con l'affitto arretrato, frequenta amici sinistrorsi e la sua vita scorre piacevole. Fino a quando una ragazza si trasferisce nella stanza adiacente. Inizierà cosi una serie di equivoci spassosissimi fra ideologia socialista e influenze hollywoodiane, i due ragazzi arriveranno a innamorarsi sul tram senza sapere di odiarsi in casa... fino a quando non si daranno il primo bacio sotto la foto di Giuseppe Stalin. Il film si chiude con la decisione di abbandonare Shangai per andare a combattere per la libertà del popolo. Situazioni divertenti ed equivoci distribuiti per tutta la durata del film... e la retorica è appena accennata».
(murdamoviez)



Yeban gesheng (Canto a mezzanotte – parte I, 1937) di Maxu Weibang


«Strabiliante mescola di horror e bolscevismo, melodramma e nazionalismo. Si sprona il popolo cinese all`assalto al cielo, alla respinta dell-invasore giapponese (il film e` del 37) e si guarda ad occidente con ammirazione, dalla colonna sonora onnicomprensiva alle influenze dell`horror hollywoodiano e ai continui riferimenti alla rivoluzione francese (anche se ho il sospetto che ci si riferisse a quella sovietica). Anche il visibile si spinge piuttosto avanti, con il viso deturpato del protagonista che fa la sua bella figura per oltre metà film».
(MurdaMoviez)

«Melodramma nazionalista con splendidi elementi orrorifici, il film di Weibang e` un delizioso film intriso di spudorato nazionalismo, un inno accorato (e a tratti delirante) alla rivoluzione e all'attivismo politico. Incredibilmente moderno per essere un prodotto degli ultimi anni '30, fascinoso e molto coraggioso».
(Andrea)

«Phantom of the Opera in salsa cinese: onestamente, indigeribile nella sua intierezza. Ma è quando inserisce la marcia dell'horror, diventando un macabro e spaventoso melò, che le cose si fanno interessanti. Delirante la colonna sonora, tra opera cinese, Gershwin, Bach, e chi più ne ha più ne metta».
(kekkoz)

 

Tieshan gongzhu (La principessa dal ventaglio di ferro, 1941) di Wan Laiming e Wan Guchan


Un gruppo di allievi di un maestro di arti marziali e monaco devono recuperare un ventaglio per spengere il monte incendiato (per poter viaggiare verso l'occidente=india). Il party è composto da un maiale e da una scimmia antropomorfe e da un guerriero balbuziente.
Primo Lungometraggio sonoro d'animazione cinese è un prodotto dedicato all'educazione dei bambini, sia quanto concerne la diffusione del testo originale sia per una più generica educazione. Le gag si giocano quasi esclusivamente sulla capacità di ogni personaggio di modificare la propria forma e le proprie dimensioni, ci sono anche un paio di combattimenti di kung fu. Interessante, può anche piacere.. ma io mi sono annoiato dopo un po'.
(murdamoviez)

 

Xiaocheng zhi chun (Primavera in una piccola città, 1947) di Fei Mu


 «Caposaldo del melodramma di Shanghai del primo dopoguerra e modello (da noi sconosciuto) per molte generazioni di registi cinesi, il film di Fei Mu è in effetti uno splendido melò-senza-melò, perché rimane su un livello sospeso, frustrante e dimesso, senza i climax tipici del genere. La storia di un tradimento immaginato e di un amore ritrovato che lascia senza fiato per modernità e capacità narrative, e commossi a più di mezzo secolo di distanza. La seduzione della protagonista nei confronti dell'ospite è ancora paradossalmente eccitante. Incredibile».
(kekkoz)

«Delicato e semplice, minuscolo eppure arriva a esprimere concetti e informazioni con tale forza da rimanere sconcertati e con gli occhi sgranati, una casa e una passeggiata sulle mura in rovina. La vecchia Cina che si apre al mondo moderno? boh non ne so abbastanza. Ma basta guardare i rapporti fra i tre personaggi principali, tutti meravigliosamente caratterizzati e superbamente interpetati per sciogliersi nelle loro illusioni, dolori e speranze».
(MurdaMoviez)



Wo zhe yibeizi (La mia vita, 1949/50) di Shi Hui


«La storia della Cina moderna raccontata attraverso la vita della povera gente. Impianto classico e morale populista. Ricorda “Vivere” di Zhang Yimou».
(Rob81) (versione estesa)

 

Zhonglie tu (Ritratto di patrioti e martiri, 1975) di King Hu


 «Non si raggiungono le vette liriche dei lavori piu` noti del regista, le dosi di kung fu imposte probabilmente dalla produzione vanno un ad appesantire il film, visto che non ci sono grandi artisti marziali (tranne Sammo Hung nel ruolo del cattivo) e che ha hu del kung fu importa il giusto. Meno leone piu` azione e tanto senso dell`onore. C`e` pure l`eroe vestito di bianco. Un grande wuxia contaminato».
(MurdaMoviez)

«Nonostante non abbia una spiccata passione per il wuxia, il mio primo King Hu si e` rivelato all'altezza delle aspettative. Ottime invenzioni nelle coreografie, almeno un paio di scene che non si scordano facilmente, e un respiro epico (contaminato spesso dalla tragedia) che ho particolarmente apprezzato. Peccato per alcuni momenti di stanca nella parte centrale, bilanciati per fortuna da un finale assolutamente splendido»
(Andrea)

«Nessuna sorpresa: il film di King Hu della retrospettiva, l'unico purtroppo, è quasi un capolavoro. "Quasi" per quella parte centrale che staticizza (con le "sfide one to one") quanto prima e dopo fatto dal miracoloso lavoro di regia e sopratutto di montaggio da parte di King. I duelli sono uno più bello dell'altro, con meno misticismo rispetto ad altri film di King, e più sani cartoni: ma che dire della mischia preparata sulla scacchiera? Impressionante la parte di Sammo, in guisa di jappo stracattivo: rulezza, direbbe alcun».
(kekkoz)

Postato da: kekkoz a 16:03 | link | commenti |

Storia segreta del cinema italiano / 2


Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava (versione restaurata)

«Da qui partono gli incubi di Ridley Scott (Alien) e di John Carpenter (Ghost from Mars è quasi un remake). Ma la bizzarra e colorata creatura fa sentire i suoi anni, ed è spesso ridicolo involontario. Comunque piacevolissimo e verso la fine persino visionario. Restauro spettacolare».
(kekkoz)

«Passato tanto tempo su questo film, ma i movimenti di macchina e quello che fanno scoprire sono incredibilmente efficaci. Lunghe sequenze ormai cadute nel ridicolo, sopratutto le facce del protagonista».
(MurdaMoviez)

«Quasi una delusione. Il film di Bava non è all'altezza dell'aura di cult che si porta dietro. Sicuramente interessante per capire l'influenza che ha avuto questo regista nel cinema americano di genere, ma il peso degli anni si fa sentire troppo per riuscire a colpire nel segno. Qualche risata e poco altro».
(Andrea)

Postato da: kekkoz a 15:53 | link | commenti |

Settimana della critica


Brick (La roba) di Rian Johnson, USA

«Il film vincitore del premio della giuria all'ultimo Sundance è, dopo 13, il secondo ottimo debutto visto al Lido quest'anno. Un Marlowe cupo e ironico trasferito in un campus americano, dove gli studenti spacciano nel seminterrato e dietro la tipica mystery tale si nascondono segreti e tragedie pronte a trovare il vostro cuore. Non immortale, ma molto più di quanto ci aspettavamo, ed estremamente coinvolgente. Una sorpresa la messa in scena del giovanissimo regista, mentre è una piacevole conferma la presenza dello splendido Joseph Gordon-Levitt. Geniale il pusher zoppo e mammone di Lucas Haas».
(kekkoz)


Belzec di Guillaume Moscovitz, Francia

«Nemmeno Guillaume Moscovitz riesce tanto a scherzarci su. Con una serie di interviste in loco e supperggiù ai giorni nostri (anno 2002) ci racconta lo sterminio nazista nell’omonimo campo polacco, in cui morirono poco meno di un milione di ebrei. Quelli che amano <em>La vita è bella</em> di Benigni se ne andavano di corsa dopo un quarto d’ora, ma del valore di questo importantissimo documentario digitale ne potranno cominciare a discutere quando riusciranno ad entrare in un negozio di parrucchiera e parlare di Shoah».
(claudio)

Postato da: kekkoz a 15:49 | link | commenti |

Giornate degli autori


13 (TZAMETI) di Gela Babluani     

«L'opera prima di un giovanissimo georgiano impiantato in Francia è davvero una più che ottima sorpresa. Una prima parte da mystery preparatorio, un po' kafkiana, e una seconda parte in cui il protagonista, sperduto, si ritrova in un incubo che lascia senza fiato e con il batticuore. Lungi da me dirvi di che incubo si tratta. Pellicola dal forte potenziale cult. Ottima fotografia in bianco e nero, regia accortissima: sentiremo parlare ancora di Babluani». 
(kekkoz)


ALLEGRO di Christoffer Boe     
    
«Un Se mi lasci ti cancello più lento e dall’atmosfer