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domenica, 11 settembre 2005

Concorso



Pupi AVATI  La seconda notte di nozze Italia 103’

«La miglior opera italiana di questa Mostra. Un bel film di un signor regista che con interpretazioni decisamente buone, affresca l’Italia che usciva con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale, quella dei furbi, delle mine, delle strade sterrate e del sogno del cinematografo, quella che dormiva nei vagoni ferroviari, quella del nord e del sud del Paese. Certo, è simile a tanti altri film di Pupi Avati, ma questo ha personaggi decisamente migliori e un montaggio davvero ispirato».
(claudio)



João BOTELHO O Fatalista Portogallo/Francia 99’

«Il film in concorso del regista portoghese non è altro, e lo si intuisce, che l'adattamento cinematografico del celebre libro di Diderot, ambientato astrattamente in epoca contemporanea. Ma il film, che pur nella prima mezz'ora diverte e incuriosisce, e molto merito è dello straordinario e ironico testo di partenza, perde poi mordente per poi cancellarne ogni presenza nel momento in cui parte il lungo racconto della locandiera. E come se non bastasse ciò a farci sbadigliare, il regista, nel finale, forse resosi conto che non si può trasferire un libro in pellicola senza personalità (anche perché così non dimostri la sua modernità, ma solo la sua bellezza), chiude con un debrayage metacinematografico quasi imbarazzante».
(kekkoz)

«Un manuale su come non adattare un romanzo per il cinema. Verboso, male interpretato, girato orrendamente, e noiosissimo. Botelho si perde nel testo di Diderot, che qui perde tutta la sua verve, annacquata in un filmetto confuso e impacciato. I "racconti nel racconto" non funzionano, la satira sulla distanza tra le classi sociali perde efficacia, i personaggi non vivono, ma recitano semplicemente la loro parte. E il colpo di grazia lo dà il finale, di inenarrabile bruttezza».
(Andrea)



George CLOONEY Good Night, and Good Luck. Usa 90’

«Il film più chiacchierato del lido è innegabilmente un'ottima pellicola. Che Clooney alla regia ci sapesse fare si poteva intuire già dal precedente Confessioni di una mente pericolosa: Good night and good luck non fa che confermarlo. La messa in scena fredda e sottotono sottolinea al meglio la forza dirompente del personaggio principale, quell'Edward Murrow che durante il maccartismo usò la CBS per risvegliare le coscienze degli americani. Fotografato con un ottimo bianco e nero, il film trova il suo principale punto di forza nelle interpretazioni degli attori, tutti molto convincenti e in parte. Menzione d'onore per David Strathairn, che nei panni del protagonista lascia a bocca aperta».
(Andrea)

«Clooney ci ha fatto un sorpresone: il suo primo film ci era piaciuto molto, ma pensavamo che fosse tutto merito di Kaufman. E invece con quest'opera seconda, a suo modo magistrale, dimostra di essere anche un intelligente sceneggiatore oltre che un abile metteur en scene. Fotografia raffinata, musica jazz, niente urla ma un pacato e affascinante ritratto di un modo, forse l'unico, per cambiare le cose. Ecco, forse un po' freddo. E un po' fighetto. E molto accademico. Ma si esce a bocca buona. Tutti splendidi gli attori, chi vi scrive ha adorato, oltre al mostruosamente bravo Strathain, Robert Downey Jr».
(kekkoz)

«Ho dormito in sala. Ma non avevo dormito la notte. La fotografia mi è sembrata molto molto curata. Con questo rinuncio, forse, ai film occidentali».
(MurdaMoviez)



Cristina COMENCINI La bestia nel cuore Italia 112’

«È facile scherzare con il titolo e Cristina Comencini non rifiuta affatto l’ironia. Angela Finocchiaro, e il fortissimo Giuseppe Battiston, hanno il compito di tenere vivo un film che altrimenti tra un pianto e un altro, un’incomprensione e un’altra, un semilitigio e un altro, una tetta e un’altra, un irritante Lo Cascio e un altro, una rottura delle acque e un’altra, si ridurrebbe davvero a poco altro ancora. Altro giro di film italiano, altra delusione. Se l’obiettivo del personaggio della Mezzogiorno è superare le difficoltà nei rapporti con il marito e chiarire i confusi ricordi delle violenze sessuali del padre, si sarebbe dovuto procedere in un climax emozionale progressivo, senza tutte quelle mezze scenette drammatiche da copione infelice. Altrimenti poi sembra davvero che manchi solo Mary dei Gemelli diversi come colonna sonora».
(claudio)



Roberto FAENZA I giorni dell’abbandono Italia 96’

«Peccato perché Roberto Faenza era finora solamente un regista industriale, e non commerciale, con un paio di eccellenti lavori alle spalle. Per Venezia sceglie di strizzare al massimo la Buy nel ruolo dell’isterica (non ci aveva pensato nessuno), non solo tenendola continuamente in scena, ma pure costringendola a dover dimostrare a chi non si sa di essere brava. Lei c’è stata perché effettivamente lo è, con un copione ridicolo, spalleggiata da uno Zingaretti totalmente inespressivo e da un Bregovic che quando filosofeggia ha la stessa credibilità di Manuela Arcuri»
(claudio)



Abel FERRARA Mary Italia/Usa 83’

«Che Abel Ferrara sia ossessionato dalla religione cattolica lo sappiamo tutti più che bene: ma questa volta forse esagera, lanciandosi, invece che in metafore funeree, in un essay che mescola (maluccio) fiction e documento, affascinando per la complessità dei temi affrontati (anche senza la forza tematica di St. John), ma strabordando e urlando: cerca di essere inquieto, risulta solo irritante. Anche se non gli si può negare un coraggio e una personalità unici nel cinema americano contemporaneo, siamo abbastanza stanchi di sentirlo pontificare su Dio, il bene e il male, la salvezza e il perdono. Ma tanto si sa che non la smetterà mai».
(kekkoz)

«La superficie è quella di chi vuole tenersi in equilibrio precario tra il mistico, l’originale e il piedistallo da cui tirarsela davvero fin troppo. Le immagini, in primis quella di un bambino quasi blu elettrico nell’incubatrice, moderna culla di un Cristo con cui nessuno "ha il filo diretto", sono di rara bellezza. Amos Luzzatto, ospite della trasmissione di un improbabile Whitaker alle prese anche con altri ruoli che non gli si addicono un granchè (un marito che mette il lavoro prima della moglie incinta, un padre disposto e disperato nell’invocare Gesù), è affascinante come solo gli ebrei. L’unica cosa chiara è la presa per il culo de La Passione di Gibson».
(claudio)



Aleksey GERMAN JR Garpastum Russia 114’

«Film popolare mescolato abilmente con esigenze festivaliere? Oppure romanzetto storico di nessun interesse travestito da film d'autore? Un po' entrambe le cose: la fine dei sogni schiacciati dall'orrore della guerra (qui il calcio, e la grande guerra) è raccontata in modo retorico e convenzionale, oltre che pesantuccio, mentre formalmente, virato in seppia e ricco di formidabili piani-sequenza, è davvero convincente. Non riuscitissimo, ma più che sufficiente».
(kekkoz)

«La caduta delle illusioni, gli orrori della guerra, la scoperta del sesso: Garpastum è un classico romanzo storico arricchito da uno stile molto ricercato (qualcuno direbbe "Tarriano"), fatto di continui piani-sequenza. Ha inoltre il pregio di non annoiare, e si avvale di interpretazioni decisamente convincenti. Promosso».
(Andrea)

«Sarà perché come i protagonisti in pantaloni, camicia e bretelle sguazzano nel fango per giocare a pallone, allo stesso modo io sguazzo nella grande Storia della Grande guerra e della Rivoluzione d’ottobre con la stessa facilità con cui gli altri, appunto, giocano a pallone. Oppure sarà perché ci sono delle scene di sesso simpatiche, che così seppiate sanno tanto di calendari da portafoglio del barbiere. Oppure sarà perché dal sangue ai libri sulle vagine, ai sogni ("Eravamo aringhe con patate") fino alla voglia di emergere di un regista che sono convinto farà ancora parlare di sé non manca proprio nulla. Insomma per tutto ciò ma anche per molto meno, questo bel romanzone mi ha lasciato parecchio soddisfatto».
(claudio)



Terry GILLIAM The Brothers Grimm Gran Bretagna 120’

«Nonostante l'abbiocco incombente che mi ha creato non pochi fastidi, non mi è stato possibile non accorgermi che questi Grimm sono una discreta delusione: un film da venerdì sera con gli amici, divertente sì, ma al pari di tanti altri prodotti medi. Damon sciapissimo, Ledger ammiccantissimo ma almeno più azzeccato, Gilliam fracassone e appiattito, alla ricerca di soldi per il suo futuro Tideland. Portateci i nipotini, andateci con la ragazza, e non aspettatevi niente: magari vi piacerà».
(Ohdaesu)

«Mi aspettavo un pacco e pacco è stato, noioso e piatto. Non c'è un guizzo, un'invenzione, è un prodotto mediocre che non soddisfa da nessun punto di vista. Speriamo almeno che questa marchetta porti cash per un film come si deve. L'unico personaggio che mi ha un po' divertito è il retorico Italiano con le mani in pasta».
(MurdaMoviez)

«Probabilmente il film più discusso, tra i vostri amati cinebloggers: e chi vi scrive è, a rischio di insulti, il più entusiasta. Pur senza la verve dei film più belli di Gilliam, Brothers Grimm è decisamente un buon film, con uno spirito forse più "di cassetta" ma senza dimenticare visioni più "gilliamiane" (la corsa di Cappuccetto Rosso, l'uomo di marzapane, lo specchio rotto nel finale). Un figlio minore di Munchausen, divertente e brillante, che in attesa delle prossime meraviglie accettiamo di buon grado, e ringraziamo».
(kekkoz)

«Forse il peggior film di Gilliam mai visto. Tutto sommato divertente, ma piatto e inspido, sembra un compitino fatto da un alunno diligente per accontentare la maestra. Considerato anche il materiale di partenza, da Gilliam era giusto e sacrosanto aspettarsi qualcosa di più. Un mestierante qualsiasi non avrebbe raggiunto risultati diversi da questi. Prima grossa delusione del festival».
(Andrea)



Takeshi KITANO Takeshis' Giappone 108'


«Il film a sorpresa di Venezia 62 è davvero una sorpresa: un collage personalissimo e profondamente intimo di immagini ed episodi (ora parodici, ora rabbiosi, ora comici, spesso ininfluenti) uniti secondo una logica tutta propria, associazioni d'idee, affinità o allusioni tra film e realtà pubblica e privata. Il tutto per raccontare il proprio sdoppiamento-autocontaminzione, tra il Beat pubblico e il misero Takeshi quotidiano. O qualcosa del genere. Lento, convoluto, a tratti geniale a tratti irritante, girato senza alcun rispetto per le aspettative del pubblico o comunque di chiunque altro non sia Takeshi stesso. Beat si psicanalizza, ma purtroppo noi non siamo psicanalisti».
(Ohdaesu)

«Tutto quello che ci si potrebbe aspettare da Kitano qui dentro c'è, ma è (d)eluso, rinnegato, un circolo che fa finge di chiudersi, ma non rimane nemmeno aperto. Kitano spara contro tutti e a tutti non potrà piacere, troppo sfilacciato (volutamente), certo si ride, ma più spesso ci si domanda i perchè, in delle sequenze se ne apprezza il tocco poetico, ma è fugace: la furia irriverente, divertita, ma intimamente malinconica e disperata viene sempre a sovrastare tutto. Si potrebbero citare delle scene. ma sono convinto che ognuno troverà la sua hit fra la miriade di allucinazioni»
(MurdaMoviez)

«Takeshi Kitano, che si è stufato di fare lo yakuza, crea il suo film più complesso (forse troppo perché patisce la sindrome da studente dams: sogni nei sogni, gente che si sveglia di continuo), allo stesso tempo il suo più spassoso e il suo più malinconico, una feroce dichiarazione d'intenti, rabbiosa e ironica, nei confronti del suo pubblico e della critica, e nello stesso tempo autoanalisi surrealeggiante che spiazza ad ogni inquadratura. Formalmente, infatti, siamo in piena forma: da vedere è davvero uno spettacolo, con bruchi piccoli e grandi e spari che diventano costellazioni. Pura sperimentazione: finalmente. La gente e la critica non l'hanno apprezzato né capito, e forse Kitano ha rischiato di allontanare fans, adepti e disinteressati con un solo colpo di scopa: ma forse ne valeva la pena. Kitano non raggiunge il livello di altri suoi capolavori ma è serissimo pur nel tono di divertissement, e dimostra una consapevolezza e una classe che difficilmente si trovano altrove. Folgorante».
(kekkoz)

«Il film autobiografico più folle mai visto. Takeshi ucciso dai suoi film. Takeshi ucciso da se stesso. Venti minuti finali di puro delirio poetico».
(Rob81) (versione estesa)



Stanley KWAN Changhen ge Cina/Hong Kong 120’

«35 anni di vicende di una donna, 35 anni di storia di una città: la straordinaria Sammi Cheng è una donna che, con alterne vicende, non riesce (e non vuole) lasciare mai la sua Shanghai, e così la sua vita si incrocia con quella della città, dai fasti prerivoluzionari, al regime, all'apertura ad occidente. Romanzo storico femminile avvolgente e inusuale, realizzato con un montaggio libero e serrato che tende a prediligere l'essenziale, in un film che sarebbe potuto durare anche il doppio. E non ci sarebbe dispiaciuto, vista la bellezza davvero sfolgorante della fotografia, il fascino degli interpreti, la commozione che riempie tutta l'ultima parte del film. Davvero bellissimo, tra i migliori visti qui alla mostra. Daremmo oro per la Coppa Volpi a Tony Laung Ka-fai».
(kekkoz)

«Mi è cresciuto dentro questo film, a ore di distanza dalla visione, che mi aveva lasciato soddisfatto ma un po' freddo. Melodramma al femminile che abbraccia gli anni caldi della Cina del secondo novecento, Changhen ge è un elegantissimo racconto di una città, Shangai, vissuta sulla pelle di chi non ha mai voluto abbandonarla. Ad una fotografia curatissima si affianca un montaggio sorprendente, capace di amplificare la potenza della narrazione in modo inaspettato. E adesso devo recuperare tutto quello che mi sono perso di Stanley Kwan».
(Andrea)

«Primo consiglio: questa volta il doppiaggio è fondamentale, che se no due ore nette di cinese stroncano chiunque. Secondo consiglio: siate riposati e attenti. Ecco, ora potrete apprezzare la magnificenza di immagini senza pari, la raffinatezza della storia della Cina e di Shanghai, una diva nostalgica come la direzione di Stanley Kwan. Lunga, pesante, complessa».
(claudio)



Ang LEE Brokeback Mountain Usa 134’


«Mica male questo dramma gay trattenuto e sobrio, sostenuto da un grande Gyllenhaal e un Ledger a volte ottimo a volte meno. Grandi spazi, amori proibitissimi eppure irreprimibili eppure repressi. Lee si prende il suo tempo (pure troppo: tagliare almeno 25 minuti di sottotrame familiari) ed evita retorica e piagnistei, con risultati più che apprezabili. C'è garbato».
(Ohdaesu)

«Molto freddo all’inizio, ha cominciato a prendermi sempre di più strada facendo, lasciandomi come ricordino un insolito nodino alla gola, da affrontare però alla luce della ragione. È un film che finalmente racconta l’amore degli uomini, anche non necessariamente tra di loro, e che forse per questo mi colpito più di altri. Però anche un film che ripete lo stesso motivetto di colonna sonora appena può, che isola completamente i quattro-cinque personaggi principali, che ambientato negli anni dell’emancipazione femminile dà della donna un’immagine non proprio felice. È un film sorprendente, da un regista che non mi ha mai impressionato, ma che stavolta, tra i colori pastello del cielo, aveva qualcosa da dire. E io qualcosa da ascoltare».
(claudio)



Fernando MEIRELLES The Constant Gardener Gran Bretagna/Kenya/Germania 128’

«Per carità, Fernando Meirelles è sempre convincente almeno tanto quanto la sua regia invadente (cioè tantissimo), e questa volta riesce in qualche modo nell’impresa di trovare una certa armonia tra Rachel Weisz, Ralph Fiennes, la denuncia politica, belle riprese da cartolina, i bambini africani e i colori infiniti di quel continente, il thriller di Le Carrè che per le recensioni del Premio Bancarella evitai accuratamente e l’aumento della sua autostima personale. Ma mi pare un po’ troppo semplice prendere applausi sull’indignazione per un Occidente che abbandona-sfrutta-uccide l’Africa da chi in sala Grande va con un vestitino firmato Armani, Gucci o Valentino».
(claudio)

«A me invece è piaciuto, perchè riesce a mischiare più elementi e contrastanti in un corpo compatto e monolitico. Si passa dalle riprese docu umaniste al trhiller fino a rasentare la tamarraggine con le pistole, diciamo pure subito che il regista funziona molto di più come uomo d'azione che come antrosociologo, ma vedere un film politico che non annoia è già segno di distinzione. Si dice chiaro e tondo cosa fanno le multinazionali farmachimiche in africa, come gli stati occidentali ne siano succubi, quanto sia alto il controllo su di ogni cittadino, ma implementando il tutto fra trhiller e mistery. Certo, più di una volta si cade nel patetismo, nelle belle immagini e in un metraggio esagerato; ma anche tenuto conto di ciò non è sufficente per affossare un discretissimo film.»
(murdamoviez)



PARK Chan-wook Chin-jeol-han Geum-ja-ssi (Sympathy for Lady Vengeance) Corea 112’

«La più bella serata della mia vita di spettatore cinematografico verrà descritta con maniacale dovizia prossimamente sul mio blog. Qui dirò soltanto che Lady V è una sontuosa, barocca, insinuante, composita meraviglia che riprova il talento sovrumano del signor P nel modo più bello: ossia grazie alla capacità di reinventarsi e rinnovarsi, creando un film diversissimo nel tono e nella struttura dai suoi illustri precedenti, eppure di nuovo splendido, diversamente splendido: ricercatezze sopraffine, un ritmo sinuoso pur nel profluvio di eventi, nessun sospetto (vivaddio) di maniera, una stupefacente protagonista e finalmente un deciso spiraglio di bianco. Gamsa hamnida».
(Ohdaesu)

«C'è voluta una seconda visione per avere un'idea chiara di un film così complesso, maturo e completo. Tirare le somme della trilogia, trovando un tassello all'altezza dei precedenti e che allo stesso tempo brillasse di luce propria, non era sicuramente facile. Ma il nostro ha stupito di nuovo, spiazzando chi si aspettava un Oldboy 2 e tradendo (in positivo) anche le aspettative dei Parkiani più scafati. La vendetta è stata esplorata in tutte la sua complessità, e Lady Vengeance si rivela un film necessario per concludere (stavolta con una inaspettata apertura nel finale) il discorso iniziato quattro anni fa.
Oldboy è sicuramente superiore, ma non basta questo a non farmi gridare al capolavoro».
(Andrea)

«Dopo la prima proiezione, mi chiedevo per quale motivo non fossero sgorgate lacrime (se non durante il commovente e lunghissimo applauso da noialtri promosso), mi domandavo perché questo attesissimo film, forse il più atteso della mostra, non mi avesse lacerato le viscere come i due capitoli precedenti della "trilogia della vendetta". Forse il fatto che è completamente diverso da come me l'aspettavo, forse sono state quelle punte di grottesca ironia diffuse nel film, forse la morale più sottile e adulta, forse l'emozione eccessiva dell'attesa. C'era una sola cosa da fare: tornare a vederlo, la mattina dopo, con l'animo pacato e insieme al pubblico degli accodati accalcati accaldati accreditati.
E grazie al cielo: Lady Vendetta, alla sua seconda visione, si rivela per quello che è, nonostante la bocca storta di certa (cieca? o è una cospirazione?) critica ufficiale: un meraviglioso, complessissimo "ritratto di peccatrice", che seguendo le note traiettorie vendicative di Park, attraversa anche due splendidi affreschi di dolore: quello (rappresentato con un montaggio superbo e geniale) delle detenute di un carcere femminile, e quello straziante e doloroso (ora, sì, lacrime a fiotti, e brividi) dei genitori che non si rassegnano alla perdita e sfogano la loro disperazione cercando una catarsi che non può arrivare, e non arriverà mai.
Splendido finale tra fiocchi di neve e lacrime, uno stile perfetto ricolmo di vortici visionari, titoli di testa tra i più belli mai visti. Il meno bello della trilogia? Forse, ma c'è pure tempo di cambiare idea. E comunque il miglior film della 62ma Mostra del Cinema».
(kekkoz)

«Sono probabilmente (fra noi) quello a cui questo film è piaciuto meno; è un Park più maturo, che esplicita tematiche religiose e morali, mescolando le evoluzioni registiche e di montaggio di Oldboy alla volontà di straziare di Mr vendetta. Il Problema principale è che non ci sono ne' i fuochi d'artificio daesuiani ne' si percorre una passione durante la visione: la pellicola scorre potente e dura, elegante e carnale, ma anche alla seconda visone (sebbene ne sia uscito molto più convinto) non si riesce a soffrire per simpatia: un particolare che ti sdubbia, una scena che proprio non ti ci riesce di fotterci, in altre un montaggio cervellotico impedisce una sana e consapevole immedesimazione, che poi si tratti di strategia estetica o meno non mi interessa, non colpisce come dovrebbe o come ci si aspettava. Non sono nemmeno d'accordo con chi dice che è in uno stile nuovo rispetto agli altri due episodi della trilogia, è una somma che non è riuscita veramente bene, certo, si viene a comporre una visione di altissimo livello (fino ad adesso sicuramente il meglio di ciò che ho visto, tenendo sotto di un pelo Final Fantasy 7) e che più e più e più volte riesce a stupire e a meravigliare, a lasciare negli occhi immagini che perturbano e che non vogliono proprio andarsene.
Ne' un passo indietro nè un passo falso, è che ogni tanto si sdrucciola. Ma rimane grandissimo e imperdibile.
Si sono lette delle cose poi da raccapriccio, da parte di critici italiani che infamano i critici giovanilistici, che parlano di Park come un registucolo horror/grottesco/pulp/b/ che pare che i film non se li siano nemmeno visti e si permettono di sparare a zero sul cinema coreano. Andate a vedere Casanova assieme a Buttiglione che ci state bene».
(MurdaMoviez)

«Ovviamente il film più bello di tutta la mostra. Leone D’Oro e la coppa Volpi per Lee. Park rivolta come un guanto il concetto di vendetta. Purificatrice ed estetizzante con la consueta perfezione narrativa. Dieci minuti di applausi. Io c’ero».
(Rob81) (versione estesa)



Krzysztof ZANUSSI Persona non grata Polonia/Russia/Italia 110’

«Due notti trascorse praticamente senza dormire hanno fatto il loro effetto, e ieri sera mi sono ritrovato in sala Alice con la testa ciondolante, alternando barlumi di sonno e veglia con l'effetto che non ho visto il film né mi sono riposato. Che peccato, e che vergogna».
(Ohdaesu)



Postato da: kekkoz a 17:32 | link | commenti (4) |


Commenti
#1   11 Settembre 2005 - 18:13
 
Se non altro, almeno la scena del film di Zanussi raffigurata nella foto me la ricordo...
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#2   08 Ottobre 2005 - 17:37
 
Ho visto "La bestia nel cuore" e "Good night...".
Il primo non mi sembra riuscito completamente. Il difetto principale è che il lavoro presenta varie storie che non paiono intrecciate nel modo giusto, una struttura ad incastri poco unitaria ed omogenea. Forse c’è troppa carne al fuoco e il tutto narrato da storie slegate e disarmoniche. Sembra di vedere un insieme di film diversi (ognuno interessantissimo) con tanti personaggi separati l’uno dall’altro...
Il secondo è sicuramente un’opera notevole per tanti motivi. Recitazione ad altissimo livello da parte di tutti, ambientazione storica perfetta (quanto di meglio si sia visto sullo schermo), ritmo serrato, contenuto e messaggio da dieci e lode… Le critiche a Venezia sono state ottime ma vertevano per lo più sulla positività del “messaggio”, e questo non si discute.
Ma il film, in quanto film, non mi ha coinvolto. Eccessivamente scarno e asciutto, sembra dominato dal timore di concedere qualcosa allo spettatore. Il ritratto umano dei vari personaggi è completamente assente, ed abbiamo quindi un ottimo reportage ma che parla poco linguaggio cinematografico. Non c’è dramma, non c’è tensione, non c’è la possibilità di identificarsi in qualcuno. Tutto asettico, tutto molto freddo: non un brivido, non un’emozione.

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#3   24 Gennaio 2006 - 19:05
 
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